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  • Manuela Troilo

Il favoloso Andersen parte seconda di Maria Grazia Morsella

Hans Christian Andersen è stato uno scrittore molto prolifico: ci ha lasciato 203 testi tra romanzi, raccolte di poesie, articoli di viaggi, rappresentazioni teatrali, saggi, una raccolta di fiabe e ben quattro biografie.

Il suo testo più conosciuto e sicuramente quello più amato è la raccolta di fiabe. L'apprezzamento per questo testo è tale che la "Giornata Internazionale della Letteratura per Bambini" è celebrata il due aprile, il giorno della nascita dello scrittore Danese.

Andersen ha potuto godere di fortuna e successo già in vita grazie al "mestiere" di scrittore ma non senza qualche difficoltà.

Il suo era un talento naturale e in modo spontaneo era arrivato a "comporre" un linguaggio scritto sintetico e molto personale che ricorda il greco antico: una lingua immediata che coniuga sintesi letteraria ed elementi della lingua parlata in perfetta armonia tra di loro; una formula di scrittura, per intenderci, che si potrebbe paragonare al lessico di Carlo Emilio Gadda o Camilleri.

Per l'epoca fu sicuramente una "scoperta" geniale, d'avanguardia, che precorse i tempi moderni di circa un secolo; lo stesso Oscar Wilde affermava di essere incantato dagli scritti di Andersen e confessò di essersi ispirato a lui nella stesura della fiaba "Il principe felice".

Ma nelle traduzioni dei testi in altre lingue (nonostante l'apprezzamento degli addetti ai lavori) l'immediatezza e la freschezza della scrittura andarono perse; nelle traduzioni in lingua inglese, complice l'austerità della cultura di epoca vittoriana, i testi furono spesso fraintesi, stravolti, censurati, epurati.

Eppure il successo di Andersen non fu oscurato, anche se la riscoperta contemporanea della sua scrittura e della sua poetica ne propone una rilettura nuova.

Uno degli aspetti censurati dall'oscurantismo di epoca vittoriana è il gusto di Andersen per il macabro, tanto caro alla letteratura romantica, gotica e neo gotica, ma disapprovato dai contemporanei come elemento da proporre in fiabe per bambini; pensiamo alla fiaba "Scarpette Rosse" nella quale alla protagonista vengono amputati i piedi che continuano a danzare nelle scarpette stregate…

Un altro aspetto poco apprezzato era il fatto che le fiabe non fossero totalmente ispirate alla mitologia, a narrazioni popolari tradizionali, ma che fossero racconti originali inventati, privi di una morale comunemente accettabile, spesso senza lieto fine e con la morte del protagonista.

In effetti le fiabe sono simbolicamente il romanzo della vita dell'autore, una sorta di testamento morale del suo passaggio sulla Terra.

Pensiamo alla fiaba del Brutto Anatroccolo, fortemente autobiografica: viene introdotto il tema del diverso, non soltanto per un richiamo all'aspetto fisico, quanto ad una incapacità dello scrittore di integrarsi con il mondo; Andersen vive un isolamento sentimentale volontario al quale si sente predestinato: da omosessuale ama profondamente un altro uomo, ma la sua moralità gli impedisce di abbandonarsi alla passione. Nel contempo rifiuta di sposare una donna e farsi una famiglia solo per convenzione sociale, come usavano fare molti intellettuali dell'epoca. Lo scrittore si confina in una dimensione solitaria sospesa tra due mondi.

Questo tema ritorna prepotente nella fiaba della Sirenetta che si carica anche di simbologie ancestrali.

La Sirena appartiene all'acqua ma l'amore per il principe le fa desiderare la terra. Il passaggio al nuovo elemento le costerà tantissimo dolore. Nella fiaba Andersen descrive come la sirena si senta trafiggere la coda da lame di coltello e di come il dolore sia straziante, a causa della perdita della voce.

Neanche l' elemento terra porterà sollievo a questa creatura sfortunata: il principe sposerà un'altra. Lei resta sospesa tra due elementi, acqua e terra, che non le appartengono e a cui non appartiene.

Per tornare all'acqua e recuperare la sua vita dovrebbe uccidere il principe ma il suo amore è troppo forte e decide per un suicidio doloroso che la vede sparire nell'aria, nella dimenticanza, nel l'annullamento di se stessa.

Acqua terra e aria, i tre elementi alchemici; la chiusura del cerchio con il fuoco la troviamo nella fiaba del Soldatino di Stagno che sceglie la morte tra le fiamme per non abbandonare la sua ballerina di carta. Anche questo personaggio vive in isolamento: è privo di una gamba e non può marciare. Non può essere un soldato e non può nemmeno danzare con chi ama.

Entrambi i personaggi sono la rappresentazione di come Andersen vive se stesso: qualcuno che non si può collocare.

La duplicità dello scrittore non è soltanto di natura sentimentale ma anche sociale: egli rimane per tutta la vita sospeso tra due mondi: quello di Odessa, incastonato in una cultura arcaica, povera, tradizionalista, brutalmente degradata e quello di Copenaghen, con la sua modernità impazzita, il teatro, il telegrafo, la mondanità, la ricchezza.

Andersen appartiene al primo mondo ma non vuole farne parte eppure non può abbandonarlo perché lì sono le sue radici. Nell'altro mondo non è collocabile: è il diverso, un sopravvissuto; la sua esperienza sconosciuta ed incomprensibile ai più, lo porta a restare sospeso fra due esistenze.

Soltanto nella morte sembra esserci un riscatto.

Nelle sue fiabe prive di incantesimi di fate orchi e streghe o cavalieri, i personaggi non possono sfuggire alla loro realtà spesso drammatica: l'unica via d'uscita è la morte. La piccola fiammiferaia sembra essere esistita veramente: una bambina orfana e poverissima di Odessa che Andersen aveva avuto modo di osservare mentre era intenta a chiedere l'elemosina nei vicoli.

L'appartenenza a quel mondo lo rende un abile scrittore realista che ci propone la vita così come appare: l'unica via di fuga per questi invisibili, la fiammiferaia, il soldatino e la Sirenetta è quella di accettare una morte risolutiva.

Che il sogno di Andersen nel delirio della febbre sia stato reale o un artificio costruito forse non ha importanza. I personaggi delle sue fiabe hanno accettato passivamente di essere uno specchio per l'autore, quasi un diario freudiano dove confessare un inconfessabile male di vivere, incurabile.

Era inevitabile consacrare i suoi compagni di viaggio ad una immortalità dovuta, conquistata attraverso l'eternitá della scrittura così come loro hanno richiesto all'autore, fedeli a se stessi, sospesi tra due mondi: il sonno e la veglia, realtà e fantasia; non collocabili, esuli, eppure impossibili da dimenticare.

Testo di Maria Grazia Morsella

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