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  • Manuela Troilo

La bella e la Bestia di Maria Grazia Morsella

La fiaba che noi conosciamo con il titolo de "La bella e la bestia"è antichissima ed affonda le sue radici nella notte dei tempi; si conserva memoria di una sua versione già nel periodo della fondazione di Roma.

Il rigore morale del Medioevo ha trascinato le vicende di una "bestia"identificabile con il diavolo in un dimenticatoio fatale...fino al 1740, quando la giovane Madame de Villeneuve che è storicamente considerata l'autrice originaria (anche se la storia è stata attribuita a più autori, ad esempio Perrault), scrive una versione più attuale della stessa fiaba, ma senza riscuotere grande successo.

Nel 1757 Jeanne Marie Leprince De Beaumont pubblica una serie di racconti "per ragazzi". Il volume comprende anche una versione riveduta, corretta e arricchita di vari particolari della fiaba di Madame de Villeneuve; riformulazione che vale al "La Bella e la Bestia" un enorme successo di pubblico che dura fino ai giorni nostri, successo amplificato dai celebri adattamenti cinematografici che conosciamo bene.

Jeanne Marie Leprince è, per i suoi tempi, una donna rivoluzionaria: da scrittrice, "inventa"la letteratura per ragazzi, facendo pubblicare anche una rivista per adolescenti di grande successo; come donna, si libera di un marito scomodo, ottenendo prima il divorzio e poi l'annullamento del matrimonio e riuscendo, come grande conquista, a mantenersi economicamente con il suo lavoro di scrittrice e saggista.

In un certo modo, Belle, la protagonista della fiaba è la rappresentazione di Jeanne Marie. È una giovane donna coraggiosa che ama i libri e che, come una guerriera, lotta per la propria affermazione.

All'inizio del racconto de "La Bella e la Bestia", le figure femminili sono tre: Belle e le sue sorelle. Quando il padre chiede loro quale regalo vogliano al suo ritorno dal mercato, mentre le sorelle domandano nastri e belletti per esaltare la bellezza esteriore, Belle chiede una semplice rosa; non tanto "semplice"come dono, dal momento che è considerato il fiore mistico per eccellenza: simbolo della dea Venere, sacro alla mesopotamica Ishtar, dea della passione amorosa; il cerchio dei suoi petali che si chiude attorno al bocciolo stilizzato è rappresentato nei rosoni delle cattedrali gotiche: è il simbolo di Maria, di una maternità assoluta, di purezza e fede; le antiche religioni orientali esaltano la rosa per i suoi significati di spiritualità profonda identificata con la divinità femminile; non da ultimo è l'emblema dell'incantesimo che muta l'aspetto della bestia: la rosa diventa simbolo di ciò che non è come appare, ma va indagato, scoperto, rivelato.



La rosa "rubata"trascina Belle da una rosa ad una foresta da attraversare che conduce ad un'altra rosa…(quella dell'incantesimo appunto).

Belle è una principessa "mobile", mai ferma. Non attende di essere salvata, anzi è essa stessa "salvatrice". È artefice del proprio destino, consapevole del proprio valore e in grado di prendersi la responsabilità delle proprie azioni. Attraversare la foresta per raggiungere la Bestia rappresenta un passaggio di stato dall'infanzia all'età matura. Una lettura propriamente psicanalitica paragona il viaggio simbolico nella foresta al contatto carnale con il sesso opposto, aspetto questo che ha contribuito alla censura della fiaba in alcune versione rimaneggiate, soprattutto perché Belle "sceglie"la Bestia a scatola chiusa, preferendo un destino incerto alla sicurezza della famiglia.

Belle arriva al castello della Bestia. Il mito la accosta ad un'altra figura femminile rapita alla famiglia per compiere un viaggio verso un ignoto oscuro: Proserpina, strappata alle braccia dell'amata madre e andata in sposa ad Ade, dio degli Inferi, che potrà tenerla con sé soltanto se lei consumerà cibo nel regno dei morti.

Il cibo scelto per Proserpina da Ade è un melograno, frutto proibito della conoscenza. La relazione tra Proserpina/Belle e il rispettivo maschile inizia con un "nutrimento": fisico e simbolico (melograno/conoscenza)tra Ade e Proserpina, intimo ed intellettuale per Belle e la bestia: essi "nutrono"le loro menti attraverso la lettura dei libri che il principe trasformato dall' incantesimo conserva nella sua biblioteca e di cui fa dono alla ragazza.

Come per Proserpina nell'Ade, anche per Belle questo viaggio nell'ignoto è un viaggio nel "profondo", in un Ade che rappresenta l'inconscio, il viaggio non come raggiungimento di una meta ma come opportunità di crescita, di conoscenza di sé stessa e dell'altro, in una relazione che si "costruisce" attraverso l'intimità della frequentazione, attraverso lo scambio tra maschile e femminile che è una novità assoluta rispetto alle storie d'amore raccontate in altre fiabe.

C'è un femminile in evoluzione e un maschile che si purifica, si rigenera, rinasce grazie al femminile.

Quando Belle chiede di vedere il padre dopo tanta lontananza, la bestia le mostrerà la sua famiglia da uno specchio. Lo specchio mostra soltanto la verità, quindi Belle, senza filtri né inganni, vedrà la verità per come appare: un padre distrutto dal dolore e due sorelle vanesie ed egoiste che si augurano che la bestia abbia divorato Belle.

La bestia non ha bisogno di mentire alla ragazza: il loro rapporto è paritario, basato sulla reciproca fiducia.

La purezza di Belle si scontra con la superficialità delle sorelle, interessate solo alle ricchezze e si scontra anche con l'altro archetipo presente nella fiaba: la madre terrificante, quella che divora, la strega che, con il suo incantesimo ha privato il principe di ciò che gli spetta: giovinezza, bellezza, amore.

Nella versione ufficiale del racconto la strega invidiosa del principe lo ha maledetto con un incantesimo che solo il vero amore può spezzare. Un amore disinteressato, costruito sulla conoscenza e sulla stima e sulla capacità di vedere con gli occhi del cuore.

Jeanne Marie Leprince ci propone una sorta di principessa guerriera che si contrappone alle figure femminili negative della fiaba; e che si contrappone anche ad un maschile che viene raccontato come "passivo": quando la Bestia chiede che Belle venga sacrificata al posto del padre, il padre non si oppone, si lascia trascinare dagli eventi e permette a Belle di gestire il destino di entrambi.

Il principe/bestia chiuso nel suo castello attende passivamente una fanciulla che possa spezzare l'incantesimo; quando Belle non fa ritorno al castello lui si lascia morire senza fare nessun tentativo per riportarla a sé.

La lettura "psicanalitica"della fiaba ci permette di guardare l'essere umano attraverso uno specchio e di scoprire che ogni archetipo proposto è il riflesso degli aspetti caratteriali, dei comportamenti e del vissuto di ognuno di noi e del percorso di vita che siamo chiamati a compiere ogni giorno. Ne "La Bella e la Bestia" diversi ruoli sono totalmente ribaltati con una modernità sorprendente se pensiamo alla data di pubblicazione della raccolta di fiabe…

Viene da pensare se per caso Jeanne Marie Leprince non abbia scritto una sorta di diario autobiografico in cui ha potuto rappresentare se stessa attraverso il personaggio di Belle, lasciando un "testamento"intellettuale che possa essere un manifesto per tutte le donne, per riaffermare la propria identità ed autonomia, da tramandare, attraverso una fiaba, di generazione in generazione.

Testo di Maria Grazia Morsella

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