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  • Manuela Troilo

Lo conto de li cunti di Gian Battista Basile

L’Italia possiede nel Cunto de li cunti del Basile,

il più antico,

il più ricco

e il più artistico

fra tutti i libri di fiabe popolari.

Benedetto Croce


Lo Cunto de li Cunti overo lo trattenemiento de' Peccerille viene denominato più spesso Pentamerone, avendo una struttura formata da cinque giornate e cinquanta racconti. Fu pubblicato dopo la morte dell'autore, Giambattista Basile, dia Napoli tra il 1634 e il 1636. (pseudonimo anagrammatico: Gian Alesio Abbattutis). – Scrittore in lingua e in dialetto (Giugliano in Campania 1566 – ivi 1632), fratello di Andreana. Lasciata assai presto la sua città natale, viaggiò lungamente per tutta Italia: dapprima fu al servizio di Venezia (1600-08), come soldato nelle milizie e sulle navi della Repubblica; poi (1612) fu a Mantova presso Ferdinando Gonzaga, che lo nominò cavaliere e conte palatino. Più tardi divenne governatore di varie terre dell’Italia meridionale (nel 1626 ebbe il governo di Aversa e in seguito quello della terra di Giugliano ove morì)

Il racconto fiabesco come genere letterario non esisteva, e nacque proprio grazie agli stimoli e ai materiali contenuti ne Lo Cunto de li cunti. Il Pentamerone è il risultato della tradizione orale popolare ma anche dalle forme della tradizione letteraria più colta e nobile dell'epoca, un insieme di miti e leggende, proverbi, termini appartenenti ad una molteplicità di aree linguistiche differenti; vi echeggiano tematiche di autori classici quali Plinio, Ovidio, Virgilio e Petrarca. Fonte per il contenuto de Lo Cunto è l’entroterra napoletano, il salernitano, l’avellinese, il casertano e la Lucania, dove fu più facile e naturale attingere al patrimonio della memoria popolare, alla tradizione della fiaba e all’elemento della magia. Un lavoro che darà l’inizio al genere fiabesco e che sarà di stimolo per le successive raccolte di Perrault e dei Fratelli Grimm.

Scritto in napoletano era destinato soprattutto alla recitazione, per la musicalità della lingua partenopea, quindi già dalla sua genesi ha in sé la potenzialità per essere modificato e adattato, lasciando spazio ai destinatari dell’opera. Questi appartenevano a pubblici diversi ed eterogenei, dal popolo alla classe più colta, gli argomenti ivi contenuti saranno ripresi da grandi autori ma giungeranno anche nelle piccole scene di teatro popolare. Basile ha unito idiomi colti e plebei, parole della tradizione classica in contrasto con il linguaggio popolare, descrivendo situazioni ricche di colori, musicalità, gioco ed emozioni. L’opera è divisa in cinque giornate di recitazione comica e ciascuna giornata si chiude con un’egloga di argomento morale recitata da due servi-attori.

L’atmosfera ricostruita nel Cunto è quella dei casali, aggregazione di cortili intorno ad un corpo centrale, dove la gente comune si incontrava per trascorrere qualche ora ascoltando le storie narrate e recitate. Tutti i racconti sono aperti da una sequenza proverbiale e sono chiusi da un proverbio che ha il compito di smorzare il tono fortemente espressivo ed audace del racconto stesso. Gli eventi narrati sono disposti tutti secondo la medesima sequenza logica:

  • l conflitto che porterà allo scatenarsi dell’azione;

  • l’allontanamento e il viaggio (la parte centrale della fiaba), conseguenti al conflitto;

  • il ritorno al luogo di partenza, attraverso un cambiamento, e quindi la risoluzione del conflitto.

Questa struttura fa del Cunto un sofisticato racconto multiplo, destinato a diventare un modello narrativo denominato racconto fiabesco, successivamente diffuso nelle tradizioni del racconto europeo. Il Cunto è stato la fonte di ispirazione per il genere letterario della letteratura fiabesca europea. Non a caso i più noti racconti della tradizione fiabesca quali Cenerentola, La Bella addormentata nel bosco, Il Gatto con gli stivali, sono il risultato di riduzioni o adattamenti dei racconti di Basile. Il racconto fiabesco ha delle regole che lo distinguono da altre forme letterarie. Nell’opera di Basile si riassumono queste caratteristiche, costanti nel genere fiabesco: i protagonisti hanno nomi e caratteri che non danno indicazioni sulla loro identità, sono descritti in base alla loro appartenenza sociale che sia quella di re o contadini; i racconti hanno un filo conduttore comune: i protagonisti prima del termine del racconto cambiano sempre condizione; l’argomento dominante è il cambiamento di status, un'evoluzione. Attraverso un viaggio o una metamorfosi, i personaggi realizzano il passaggio a ranghi più alti. Essi passano dalla povertà alla ricchezza, dalla solitudine al matrimonio, dalla bruttezza alla bellezza, da un rango inferiore ad uno superiore. Questo passaggio avviene sempre attraverso eventi sui quali intervengono poteri violenti, nelle sembianze di orchi e fate. L’altro elemento caratterizzante i racconti del Cunto è il viaggio, inteso come allontanamento da una condizione nota per inoltrarsi in luoghi sconosciuti, non agevoli e ricchi di insidie. Un viaggio che trasforma il protagonista.


La cornice è costituita dalla storia di Zoza.

E’ la principessa Zoza a dare occasione alle cinque giornate ed alle cinquanta novelle dell’opera. Caduta in una terribile malinconia, non ride mai, neppure alle più buffonesche imprese. Un giorno però l’atto stizzoso ed inverecondo di una vecchia contro un ragazzo la fa prorompere in una grande risata. Infuriata la vecchia le scaglia una maledizione: non avrà più pace fino a quando non avrà sposato il principe di Caporotondo, il quale, per l’imprecazione di una fata, giace in catalessi in una tomba sulla quale vi è un’anfora: la donna che in tre giorni riempirà quest’ultima di lagrime lo farà risuscitare e sarà da lui fatta sposa.

Per sette anni la principessa viaggia senza sosta fino a quando trova la tomba: in meno di due giorni riempie di lagrime l’anfora, ma vinta dalla stanchezza si addormenta. Ne approfitta una schiava, la quale avendo osservato ogni cosa, strappa dal grembo di Zoza l’anfora, e in “ quattro strizzate d’occhi la riempie a ribocco ”. Il principe risuscitato la conduce a palazzo e la fa sua sposa. Svegliatasi e vista la tomba vuota, Zoza “ stette sul punto di sballare i fagotti dell’anima sua alla dogana della Morte ”. Ma riavutasi si avvia alla città, protetta dalle fate che le hanno donato una noce, una castagna ed una nocciola fatata: una volta aperte, dalla noce esce un nanetto che canta meravigliosamente, dalla castagna una chioccia con dodici pulcini d’oro, dalla nocciola una bambola che fila oro. Zoza regala ogni cosa alla schiava divenuta regina, ma la bambola infonde in lei un tale desiderio di sentire raccontare fiabe che il re, per accontentarla, chiama dieci vecchie raccontatrici, le quali narrano ciascuna una favola al giorno. All’ultimo giorno Zoza si sostituisce ad una di esse, narra la propria storia, smaschera la schiava e sposa il principe.

da La Cerva Fatata

(...)fa’ pigliare lo core de no drago marino e fallo cocinare da na zitella zita, la quale, a l’adore schitto de chella pignata, deventarrà essa perzì co la panza ‘ntorzata; e, cuotto che sarrà sto core, dallo a manciare a la regina, che vedarrai subbeto che scirrà prena comme si fosse de nove mise(...)


Fonti:

Storia della Letteratura Italiana di Giulio Ferroni, volume 7, editore Mondadori.

Manuale di Letteratura Italiana Medievale e Moderna di A. Casadei e M. Santagata, editori Laterza.

www.treccani.it


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